La mia storia
Dieci anni fa non correvo.
O meglio: correvo come tante persone iniziano a correre. Senza metodo, senza continuità, senza capire davvero cosa stessi facendo.
Ho iniziato in un periodo della mia vita in cui sentivo il bisogno di rimettere ordine. Nel corpo, ma soprattutto nella testa. La corsa è arrivata così: non come una passione immediata, ma come uno strumento. Un modo semplice per muovermi, scaricare tensione, fare qualcosa solo per me.
I primi passi
All’inizio funzionava. Correvo qualche volta a settimana, miglioravo un po’, mi sentivo meglio. Poi, come succede spesso, ho iniziato a volere di più: più distanza, più continuità, più obiettivi. Senza però fermarmi davvero a capire come mi stessi allenando e perché.
La prima 5 km
La mia prima vera gara è stata una 5 chilometri. Non una gara nel senso competitivo del termine, almeno non per me. Era una prova. Un modo per capire se quello che stavo facendo aveva un senso.
Durante il percorso ho pensato più volte di fermarmi. Le gambe erano pesanti, il fiato corto, la testa piena di dubbi. Guardavo avanti e ogni metro sembrava più lungo del precedente. In quel momento non stavo pensando al tempo, né a come stessi andando rispetto agli altri. Stavo solo cercando di andare avanti.
Sono arrivato al traguardo trafelato, stanco, svuotato. Non dirò in quanto tempo l’ho chiusa, perché non è mai stato quello il punto. Per me l’obiettivo era uno solo: arrivare. Chiuderla. Portarla a casa, come si dice in gergo.
Non importava il tempo. Importava arrivare. Importava chiuderla. Importava portarla a casa.
È stata una sensazione semplice, ma potente. Non euforia, non esaltazione. Piuttosto la consapevolezza di aver fatto qualcosa che fino a poco tempo prima non pensavo nemmeno possibile. E da lì è nato tutto il resto.
Un modo diverso di correre
Con il tempo ho iniziato a pormi domande più precise. A osservare quello che facevo, a cercare un senso nelle sensazioni, nei carichi, nella fatica. Ho capito che allenarsi non significa accumulare chilometri, ma organizzare stimoli. Che migliorare non significa spingere sempre di più, ma costruire continuità.
Da lì il mio modo di correre è cambiato. È diventato più consapevole, più ragionato, più sostenibile. Non più una rincorsa a obiettivi messi lì a caso, ma un percorso costruito nel tempo, adattabile, realistico.
Perché scrivo
I libri nascono da questo cammino. Non nascono per promettere risultati miracolosi o trasformazioni rapide, ma per offrire struttura, logica e chiarezza. Sono pensati per chi lavora, ha una vita piena, e vuole correre meglio senza dover stravolgere tutto.
Scrivo perché avrei voluto leggere questi contenuti quando ho iniziato. Scrivo per chi si sente confuso, per chi si impegna tanto ma ha la sensazione di non andare da nessuna parte. Scrivo per chi ama correre, ma non vuole che la corsa diventi una fonte di frustrazione.
La corsa non è solo performance.
È ascolto, equilibrio, continuità.
Ed è da qui che vale la pena partire.